Ramificazione della mafia cinese al sud, allarme anche a Campobasso

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Campobasso martedì 02 ottobre 2018
di La Redazione
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Ramificazione della mafia cinese al sud, allarme anche a Campobasso
Ramificazione della mafia cinese al sud, allarme anche a Campobasso © Web

CAMPOBASSO. La potente mafia cinese dalle più grandi città del centro nord si sta ramificando al sud e nei piccoli centri. Un caso emblematico: a Campobasso da tempo si registrano acquisti di ristoranti, locali commerciali, immobili a cifre altissime, decisamente sproporzionate rispetto ai valori degli immobili e degli effettivi avviamenti commerciali, proprio per convincere i proprietari italiani a cedere. L’allarme parte da Aldo Di Giacomo, segretario generale del Spp (Sindacato Polizia Penitenziaria) che parla di acquisti nelle regioni meridionali di attività commerciali ed immobili intestati a cittadini cinesi nel giro di pochi anni aumentati del 50-60% grazie ad una disponibilità di liquidità che sfugge ad ogni forma di controllo a conferma delle parole premonitrici dell’allora Procuratore Nazionale Antimafia Pietro Grasso: «La potenza economico-commerciale della Cina sta divenendo un fenomeno geopolitico che influenzerà la criminalità organizzata nei prossimi anni”. Una premonizione che – aggiunge – si è avverata e che invece registra profonda sottovalutazione da parte di magistratura ed autorità inquirenti. Siamo ben oltre alla contraffazione dei prodotti del “made in Italy” e quindi agli affari illeciti delle vendite dirette e all’ingrosso. Un fenomeno sempre più preoccupante che riguarda direttamente la sicurezza degli italiani. Non sono solo quindi centri massaggi, bar e ristoranti, che in alcuni casi coprono ingenti attività di riciclaggio, ma anche stratagemmi che rendono fruttuose strategie criminali rodate tramite trucchi contabili e società fantasma.

«Ad accrescerne l’influenza criminale – dice Di Giacomo – due fattori su tutti: la maggiore percentuale di clandestini di cittadini cinesi che entrano nel nostro Paese e che si distribuisce in Lombardia, in Toscana, in Emilia Romagna e nel Lazio; le difficoltà burocratiche nei processi contro gli arrestati come nel caso di una delle inchieste più importanti, quella avvenuta in Toscana, con oltre 400 imputati e circa 3 miliardi di euro sottratti al fisco, finita in fumo per le difficoltà di traduzione. L’’evoluzione ha portato i gruppi criminali cinesi, che secondo gli investigatori non si muovono come un vero e proprio monolite ma come «distinti gruppi criminali in grado di interagire tra loro», a stringere rapporti anche con la mafia di casa nostra. E gli affiliati alla “triade” che finiscono in carcere, per restarci non molto tempo, non sono in alcun modo controllabili perché tra il personale di polizia penitenziaria non esiste nemmeno uno che parli cinese. Siamo di fronte ad un’emergenza nell’emergenza sicurezza del Paese, già profondamente segnata dal fenomeno immigrati clandestini, che richiede un monitoraggio specifico da parte dei Ministeri Interno e Giustizia e di conseguenza provvedimenti aggiornati e mirati prima che sia troppo tardi. Non possiamo certo pensare di stoppare la ramificazione della mafia cinese sui territori magari con gli stessi provvedimenti che riguardano la criminalità comune. Piuttosto è necessario – conclude Di Giacomo – dotarsi di strumenti più efficaci di quelli esistenti contro la mafia italiana, mentre ci sono strumenti semplicissimi già adottati in altri Paesi tra i quali non consentire l’acquisto di immobili, attività a chi non è residente proprio per non dare linfa alla clandestinità.»