​Molise, esiste o no questa ventesima regione?

Attualità
Campobasso giovedì 14 febbraio 2019
di Claudio de Luca
Le cascatine di Santa Maria del Molise
Le cascatine di Santa Maria del Molise © viaggiomolise.it

LARINO. Il Molise esiste, ma patisce l’incapacità di associare a se stesso qualcosa che lo renda riconoscibile anche agli altri Italiani. E’ una regione appenninica, ma non può ‘vantare’ tanta neve quanta ne cade sulle consorelle alpine (seppure Capracotta non scherzi); ha il mare, ma deve fare i conti con i lidi abruzzesi e con quelli del Salento. Insomma, qualcosa c’è. Ciò che manca è un vero ‘brand’. Su ‘Facebook’ c’è una pagina (“Il Molise non esiste”), fortemente frequentato; poi, in Tv, ci sono le sporadiche battute della Littizzetto e di Crozza che, però, non riescono ad offrire spunti di riflessione.

L’unica sarebbe “costringere” una volta per tutte l’Assessorato regionale al turismo ed occuparsi per davvero del territorio, lanciando una campagna che – partendo dalle tante battute che hanno originato l’ilarità collettiva – riesca a ribaltare l’idea della cosiddetta non-esistenza del Molise. Invece? Sei Molisano? La cosa più difficile è proprio far capire ai compatrioti di dove sei, seppure tu l’abbia dichiarato subito. Già dall’accento, ti prendono per un campano, per un pugliese o per un abruzzese. Poi, ragionando, ricordano che Aldo Biscardi ed Antonio Di Pietro sono del posto, e cominciano a chiederti come mai tu non parli con la medesima cadenza. Insomma parrebbe quasi che si attagli al Molise una sorta di esistenza mitologica: quella della Contea degli Hobbit che e sistema che nessuno vede.

Il Molise sembra un ‘mix’ perché ha subito diverse variazioni territoriali. Prima acquisì, dalla Capitanata, la parte occidentale del Distretto di Larino e un lembo di quello di Foggia; dall'Abruzzo attinse diversi comuni del Vastese. Nel 1852 vi fu uno scambio di territori che interessò due province abruzzesi. Alla formazione del Regno d'Italia altre variazioni: annetté Venafro - già appartenuto alla provincia di Terra di Lavoro – ma cedette svariati comuni alla provincia di Benevento (Pontelandolfo e Casalduni). Con tali premesse, possono comprendersi le difficoltà che deve affrontare un Molisano per farsi riconoscere e per diffondere chicche culinarie come la pampanella o pregi artistici come la chiesa di Santa Maria di Casalpiano, a Morrone del Sannio, risalente all'Anno mille. Se proprio vuoi darti un tono, dici, con ‘nonchalance’, che sei compaesano di Robert De Niro; ma nessuno crederà mai che i bisnonni dell’attore erano di Ferrazzano.Posso pensare che tutto questo possa essere dovuto alla carenza di ‘imprinting’ popolare; e, in effetti, dai proverbi – pure così diffusi – non è che venga fuori tanta originalità, trattandosi spesso di espressioni che ripetono – nel dialetto molisano – vecchie frasi riprese altrove. Qualche esempio? “Chi nì fabbriche e chi nì marite, nì sa che j’è la vite” (Chi non fabbrica e chi non marita non sa cosa sia la vita); “Ognedune vò tirà l'acque a lu muline su” (Ognuno vuol tirare l'acqua al mulino suo); “Lu cane ch'abbaje nì mocciche” (Il cane che abbaia non morde); “N’è tutt’ore quelle che lucce” (Non è tutt’oro, quello che luccica); “Ommini avvirtite è mezze salvate” (Uomo avvisato e mezzo salvato). E via di questo passo, con ben scarsa originalità.

Cosa ben diversa (ci si perdoni la necessaria digressione) la lingua napoletana e tante sue parole (anche malfamate) che pure riescono ad avere una piega in positivo, quando applicate al maschio. Si tratta del termine ‘bucchì’ (che può voler dire “vecchia volpe” oppure “diavolo d’un uomo”) mentre, declinato al femminile perde tale possibilità perché dalla cosa passa alla funzione e su di esso si addensa un nero grumo di disprezzo morale che solo il lavoro può riscattare. Come nel caso raccontato di seguito: periodo bellico, una peripatetica, inginocchiata, aveva dinanzi a sé un marinaio nerboruto che – a brache calate – si reggeva alla saracinesca di un negozio sotto gli occhi attenti di un manipolo di sfaccendati che seguivano le operazioni. Ad un certo punto, la poveretta si spazientì e prese ad inveire: “Ve ne vulìte jì o no! Ma nnu bberìte che me state luvànne ‘o ppane ‘a vocca!”.

Claudio de Luca